About: Beautiful boy

Beautiful boy (Film, su Amazon Prime Video). È una di quelle storie “di altri”, che non saranno mai nostre. È una di quelle storie che si dice possano appartenere solo alle periferie e alle famiglie problematiche.  E invece no, perché la droga non fa distinzioni. È una storia di guerra e d’amore.  Dell’amore inoppugnabile di un padre per un figlio, che ha perso e ritrovato -“Have you seen my son? Have you seen my beautiful boy? Tell him I miss him”. Perso ancora e ancora ritrovato. È la storia di David Sheff e del suo beautiful, smart, fragile, desperate boy Nic. Tratto da due romanzi (Tweak e Beautiful boy) intensi ma veri.

Nell’inconsapevolezza dei miei ventidue anni, credo che avere un figlio significhi privarsi di alcuni battiti del proprio cuore per dare energia a quello di un altro. È un atto eterno di privazione di sé e di amore, in cui ci si dimentica volutamente delle proprie priorità e ci si impone, o lo si sente come dovere indissolubile, di porre la propria creatura prima di ogni cosa. Ogni genitore vuole, a modo suo, il meglio per il figlio. Soprattutto vuole che il suo futuro sia certamente migliore del proprio passato. E così ci si arrabatta, infaticabili, per cercare di vomitare tutto il meglio di sé addosso a loro, ai figli, si cerca di tenerli diritti (come i bastoni per i germogli delle piante) per insegnare loro a stare diritti da soli, poi, un giorno. Ci sono volte però, come dice David nel romanzo (Beautiful boy), in cui ci si deve fermare e riconoscere, prima di tutto a sé stessi, che, poi, i figli scelgono da soli e questa è forse il crudele istinto che slaccia per sempre un essere umano dall’altro. E quando, per caso o per onnipotenza, tuo figlio , Nic o chiunque altro come lui, finisce in un baratro è come se anche tu, mamma o papà, ci finissi. Ti chiedi cosa è andato storto. Ti chiedi perché. Ti chiedi chi fosse allora quel ragazzo solare che ti gironzolava per casa. A volte non ci credi nemmeno. David racconta di notti insonni, tormentate di pensieri, angoscianti , in cui Nic non era nel suo letto e chissà dov’era; notti in cui David si incollava al computer, cercando nella scienza un perché che non trovava da nessun altra parte. De Andrè, in una sua famosa canzone, dice che “il dolore degli altri è dolore a metà” e David Sheff , nel suo logorante ma vincente viaggio con Nic, sembra rispondergli che il dolore di un figlio è dolore di un padre che non ha misura né metà.

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