Senza scopi e senza riserve, riprendo in mano la penna, in senso moto figurato. In senso molto figurato perché, innanzitutto, ho davanti una tastiera illuminata su cui batto senza guardare i tasti. Secondariamente, perché non ho qualcosa da scrivere. Ma ho di cui scrivere. Scrivere è per me un’esigenza viscerale d’espressione. Per focalizzare i miei pensieri, per dare suono alle mie energie. Per raccogliere le mie eterne e miserabili peregrinazioni mentali a cui non piacciono i punti. Sono l’immedesimazione dell’inutilità per chi ama la sintesi, per chi è pragmatico e razionale. Sono la dannazione di chi è distratto. Di chi non ascolta il mondo, a meno che non ne sia coinvolto. Ci sono volte in cui mi dico perché scrivere quando non sai niente. Non hai nulla per cui batterti. Nulla su cui spenderti. Nulla da trasmettere agli altri- che tanto poi nessuno legge più niente. Questo pensiero mi fa eclissare, abbandonare la carta, abbandonare le parole. E quando è così, faccio tutto con molta più regolarità: intendo dire che conformo la mia vita alla forma che assomiglia di più alla normalità. E poi però ciclicamente ritorna in me questa energia che sempre più forte con gli anni mi dice, sono ancora qui e qui sarò sempre, per amarti e turbarti. Per allontanarti dalla linea tratteggiata su cui a fatica metti un piede davanti all’altro, per strappare quella linea, per sbriciolare quel foglio, per sbriciolarmi. Che non posso che essere così, un gruzzoletto di briciole che si raccoglie sulla tovaglia quando molti pani sono tagliati, un ammasso di molliche secche che non sembrano nulla ma poi, tutte assieme, tolgono la fame.
Che la fame di parole, quella non me la toglierà mai nessuno. A volte lo dimentico, ma c’è sempre in me quella volontà, segreta e iraconda, di scrivere per gli altri quello che mi viene in mente quando mi siedo e penso, quando non devo essere precisa, puntuale, migliore, forte, adulta. Quando posso essere ancora quella bambina che aveva paura di non riempire le quattro colonne del foglio protocollo perché non sapeva che dire; e poi alla fine ne scrivevo sempre cinque, perché le mie cose trovavano sempre la loro anima nella mia calligrafia sgangherata.
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