Kalepà

Il pensiero diventa parola e la parola deve diventare segno. Non sono parole mie, ma quelle di Vecchioni dette disquisendo sulla necessità che i ragazzi facciano la maturità come si deve. Con il tema di italiano e le versioni. Che il Covid già ci ha tenuto fuori dalla vita per anni, ragazzi, credetemi, non vi può togliere anche la maturità. Sarebbe tutto più semplice scamparsi le grandi questioni della vita per un pretesto o per un altro. Ma poi ci si riguarda indietro e si capisce che le cose più belle sono state anche le più difficili. Kalepà tà kalà – una delle belle cose che mi hanno colpita durante una lezione di Greco al Liceo. E guardate che, quando mi prendeva la rabbia per tutti i compiti che dovevo fare, anche io ho lanciato il dizionario di latino dall’altra parte della stanza, ho strappato fogli, ho detto svariate volte che la scuola era un’ingiustizia. E forse qualche ingiustizia c’è pure stata a scuola e ci ho pianto anche, ma non è la fine del mondo, non è mai la fine del mondo, tanto poi impari da tutto, anche dalle ingiustizie- impari a non giustificarle né perpetrarle- e sei una persona migliore. Mentre mangiavo ingordamente cioccolato sciolto nel clima torrido di fine giugno, e imbrattavo il foglio protocollo di cacao e inchiostro- era il giorno del tema – ho cominciato a credere che fosse la prima volta davvero in cui i miei pensieri erano pronti per per scalfire i primi segni, per appartenermi finalmente. Ho consegnato il tema – si intitolava “Papà, sono fragile come una foglia”- e sono uscita al mondo ancora più fragile ma con la forza di quel primo pensiero, diventato parola, diventato segno.

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