Liberi !

Queste parole sarebbero state in onore della Festa della Liberazione, ma io faccio sempre così, arrivo un secondo dopo gli avvenimenti. Al ticchettio della pioggia che si adagiava sulle foglie sottili dei pini marittimi sotto cui passeggiavo, riflettevo su quale contributo potessi dare a questa celebrazione. Se scrivere qualcosa e cosa. Siccome sono sempre molto intimistica e quando successe il fatto- i fatti – non ero al mondo, lascio che sia il sentimento collettivo che mi trascina e pervade a raccontare la memoria, che io non ho nulla da aggiungere che s’accordi o diverga dal flusso dei ricordi popolari. Lascio che ognuno racconti la propria storia o quella che qualcuno gli ha raccontato quando da bambini si stava accoccolati sulle ginocchia ossute dei nonni. Di nonna ne ho conosciuta solo una. E della guerra non parlava. Mai. Quando le chiedevo cosa facesse da ragazza lei mi rispondeva “a ghera la guera..” che in dialetto emiliano significa “c’era la guerra..”. E poi distoglieva i suoi occhi verdi consunti dalla vecchiaia e li fissava al vuoto per qualche istante. L’assenza di parole per me è stata il più vivido racconto. Nonna diceva che c’era la guerra e nulla d’altro, trasmettendo quel senso di devastazione, oppressione, ingiustizia che fa risuonare il silenzio. Ero curiosa, ma non avevo bisogno di avere una fotografia esatta delle cose. Il suo modo di seminare racconti e silenzi era un astratto quadro che evocava tutto. L’oppressione, l’ingiustizia, la rabbia, la paura, la devastazione, l’assurdo, i fischi e frastuoni- m’ha fatto intendere tutto. Della Liberazione mi ha raccontato poche cose politiche, mi ha detto che finalmente si poteva andare per campi e dei chewing-gum che si erano portati dall’America. Che a sedici anni sapeva scrivere poco, leggere un po’ di più, ci teneva sempre molto ch’io andassi bene a scuola. Che facessi tutto quello che non aveva potuto fare, era il suo obbiettivo fare si che il futuro fosse migliore. Nella sua perseveranza silenziosa.

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