Guide turistiche

C’è stato un periodo in cui facevo la guida turistica qui nei dintorni di Modena. Mi affidavano sempre i tour disperati, quelli in cui non c’era niente da vedere e tutto da raccontare. Quelli che, di norma, avevano pochissima affluenza. Ma la cosa non mi rattristava per niente perché mi piaceva, tantissimo, scartabellare fra le poche informazioni che avevamo e trovare le mie storie da raccontare. Così anche una spoglia stazione ferroviaria in disuso diventava Versailles ai miei occhi. In fondo, ogni cosa ha la sua dignità artistica e storica ed era mia responsabilità mostrarla al pubblico di uditori. Ricordo che c’erano giorni di pioggia, le domeniche tendenzialmente, in cui ripetevo lo stesso disco più volte, ma ognuna era diversa perché notavo strada facendo nuovi particolari da sottolineare. Mi piaceva moltissimo, specialmente quando si saltava qualche giorno di scuola. Ho sempre trovato affascinante raccontare storie. Naturalmente nelle vesti di guida turistica dovevo essere sempre molto professionale e attenermi alle verità storiche. Tra me e me però mi perdevo in mille strade immaginarie perché se ero fra le pareti di una villa settecentesca non potevo fare a meno di chiedermi quali fossero le vite delle persone che ci avevano vissuto. Devono aver sentito tanto quelle pareti. Anche da qui probabilmente è nata la mia propensione nel raccontare o documentare storie: per la paura che i pensieri, ancora più immateriali e fugaci della vita umana stessa, si perdano senza poi trovarsi più. Invece sono così importanti, non solo per creare una memoria collettiva che interpreti nelle soggettività delle visioni personali le tendenze di un’epoca, ma anche semplicemente per consegnare un ricordo più vivido che sfugga a ricostruzioni non puntuali. La regola prima che ho imparato durante quell’esperienza è non farsi trascinare dalle proprie interpretazioni degli eventi, tantomeno delle persone, perché sarebbero accattivanti ma piene di errori. Se quelle pareti spoglie, a cui davo un nome e una storia, potessero parlare, sarebbero loro appaganti narratrici. In assenza di questa possibilità, ho sempre lasciato che evocassero tutte quelle follie interpretative che io non suggerivo nel mio raccontare, in quanto mera divulgatrice e non interprete di fatti. In questo esercizio di essenzialità e asciuttezza, che poco mi si addice peraltro, c’è comunque un filtro narrativo, perchè molte volte finivo per raccontare meglio o più appassionatamente ciò che mi aveva colpito e tralasciare, arrogantemente, ciò che ai miei occhi appariva di poco interesse. Ma forse non è questo, poi, il significato stesso dello storytelling? Setacciare il mare con un colino e raccogliere solo le conchiglie che sono a misura delle nostre dimensioni.

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