Da bambina uscivo dalle scuole elementari alle 16,30 e per merenda mamma mi comprava il gelato. Un gelato artigianale ogni santo giorno, perché sono stata una bambina viziata – il giusto- e che mangiava molto poco. Tranne il gelato e la pizza con i würstel, perché quelle erano due cose che amavo davvero alla follia. Mentre il gelato- rigorosamente alla menta- mi si squagliava sulle mani, percorrevo la ghiaia del parco per ritornare alla macchina con le mie solite movenze scoordinate, e più di una volta è capitato che per via della mia lentezza e disattenzione me lo sono spiaccicata sulla maglietta o ne ho pianto la scomparsa. In quel parco c’era una villa diroccata, proprio al centro, immaginatevi un bel complesso, a estensione più verticale che orizzontale. Le pareti esterne erano ammuffite e avevano perso l’intonaco. L’edera, e uno strano rampicante con le foglie ad aghetti, s’erano impossessati del suo lato più all’ombra, anche se a dire il vero il sole non trovava nessuno dei suoi lati mai tra il fitto degli alberi che la circondavano. Si chiamava Villa Ombrosa infatti. Era uno strano posto perché anche se fuori c’era un sole splendido, quando varcavi quei cancelli sembravi sotto a un faggeto centenario. La peculiarità poi era che, sebbene fosse un ambiente molto umido e pieno di funghi alle radici degli alberi, c’era sempre un fresco frizzantino, un gelo per la verità nelle stagioni invernali, e comunque un clima a sè. A me quella villa faceva impazzire. Sul lato sinistro, che osservavo voltando la testa mentre mamma mi tirava per la mano frettolosa di andare a casa, c’era una di quelle balconate con le due scalinate ai lati, sebbene ne rimanesse solo un ricordo perché l’intero parapetto settecentesco era crollato. Mi ricordo di averle chiesto centinaia di volte se quella secondo lei fosse l’entrata principale, una di quelle domande tediose da bambini che gli adulti liquidano scocciati con un “non so” senza assecondarli affatto. Chi ha già letto “Guide turistiche” sa che ho sempre nutrito un certo interesse bizzarro per ciò che è vecchio, decadente e dimenticato. Già nella testa dell’Elena di sette anni frullavano mille fantasticherie su quante cene e balli dovesse aver ospitato, se la servitù fosse relegata all’ultimo piano- quello con le finestre piccole e i soffitti bassi e pensare che oggi gli attici sono i posti più lussuosi dei palazzi- se le porte fossero affrescate e le maniglie di cristallo. Mi facevo storie di questo tipo, quelli che grezzamente si definiscono trip mentali. Era una brutta casaccia vecchia e a tratti imbrattata da qualche street artist eppure ai miei occhi conservava tutto il suo splendore, e lo ha sempre conservato anche quando il mio compagno di banco si era divertito a raccontarmi che era stata un manicomio per un certo periodo, pensando di minare l’importanza storica che le davo. Anche l’ultima volta che ho visto con occhi bambini villa ombrosa stavo mangiando un gelato, uno di quelli confezionati però, penso fosse un cono con gli smarties. Era l’ultimo giorno di scuola dell’ultimo anno di elementari e la mia cara maestra ci aveva portato tutti a mangiare il gelato. Quante volte ho detto gelato in questo articolo- mi perdonerete ma in effetti è esemplificazione della ridondanza con cui è stato parte della mia infanzia. Quel giorno ero malinconica, perchè la scuola finiva e la scuola dei grandi mi avrebbe tenuto lontana da quel posto del cuore. Poi gli anni sono passati e il Comune ha ristrutturato la villa e ne ha fatto un centro di attività ed è bellissimo così, in un panta rei dove, come sempre, tutto scorre e si trasforma, anche se poi certe cose, come quelle pareti ricoperte di muschio, rimangono le stesse nel ricordo che è l’unico sistema d’inerzia alla trasformazione.
Villa Ombrosa
Pubblicato da Briciole
Alla fine uno si sente incompleto ed è soltanto giovane. Creative mind, caotic soul. I'm trying to put myself into words here. Agosto '97. Vedi tutti gli articoli di Briciole
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