Portogallo (parte I)

Sempre più mi convinco della mia inadeguatezza nel riempire queste pagine – che sarebbero state benissimo anche vuote.

Sono tempi di spiccata curiosità per me e, come già altre volte vi ho confessato, la mia paura più grande è quella di dimenticare. C’è anche una citazione che calza benissimo in queste prime righe, dove cerco di giustificare la mia inadeguatezza nel redigere la rubrica. Dunque la citazione dice qualcosa all’incirca così, dice che i sentimenti tuoi sono anche i sentimenti di molti e che scoprirlo ci rende meno soli e che la letteratura, dei sentimenti, è silenziosa custode. In pratica si scopre, e lo scrivere è il mezzo, che c’è un’innata comunione di emozioni fra noi, semplicemente dovuta all’appartenenza alla stessa specie zoologica.

A confondere le carte a parole sono bravissima. Le righe sopra sono per dirvi che non sono un gran che a fare questo ma trovo necessario – assolutamente ineludibile – portarvi a spasso nella mia curiosità e dirvi ecco, qui sono stata così. La mia speranza è che voi ci possiate andare e tornare su queste pagine per dirmi, anche io sono stat* così, oppure no, assolutamente no, io ho sentito questo e l’altro.

Ecco, per un mondo che se ne va perso, come se ne avessimo uno di riserva, come se ci fosse un’umanità di scorta, io spero che raccontarsi serva a esserci, serva a donarsi.

Una delle tappe di questo viaggio frenetico e climaticamente instabile, è stata Coimbra. Il suo chiostro universitario ha un balcone che dà sulla cittadina, che si si sviluppa arroccata sul lato di un colle pendente su un corso d’acqua. Non sono stata in grado di distinguere il panorama sotto di me, avvolto in una nube spettrale di umidità bruciante, fredda, penetrante. Le università storiche esercitano su di me una particolare attrazione: l’idea di sedersi nella sua polverosa e buia biblioteca e sfogliare un libro scritto a mano mi catapulta in un’altra epoca. Chi non ha mai pensato come sarebbe stato nascere in un altro tempo – se poi si è di indole leggermente apprensiva come la mia, di certo si contempla il passato come una realtà più rassicurante (o dagli esiti prevedibili). Fra gli scaffali, che si possono guardare solo da lontano, ho cercato di scorgere i veri padroni di quelle stanze, i pipistrelli. Servono a preservare l’equilibrio microbiologico della stanza, favorendo la conservazione dei libri. Lo so, è stato strano anche per me.

Sulla strada verso Porto abbiamo attraversato interminabili miglia avvolte in un’atmosfera desertica: piccole case colorate a un piano si susseguivano una dopo l’altra, separate da giardini di terra secca e sabbiosa, puntinata di cactus. Sembra il Texas (che ho visto solo in foto). Tutte queste stradine portano a CostaNova, un villaggio di pescatori che si affaccia su un canale oceanico; mangerete un buon pesce in una simpatica casetta a righe, per pochi euro, a patto che vi vada bene condividere il tavolo con qualcuno (di simpatia imprevedibile).

Porto mi ha donato la sua decadenza. Porto è il romanticismo. Accanto a un palazzo dalle inferiate ridipinte, ne troverete uno con un’insegna che se ne sta lì dagli anni sessanta e una finestra rotta dai vandali. Troverete un negozietto carino e dietro l’angolo un venditore ambulante in cerca di fortuna. Berrete un sacco di Porto pensando che sia un digestivo e vi alzerete vedendo un altro mondo – quello che avete dentro (solo voi). Tranquilli, passerà se dalla cantina Calèm camminerete sin sopra alla collina che separa Porto vecchia dai quartieri più nuovi, se vi appoggerete all’erba fresca accanto al ponte Eiffel e, semplicemente, aspetterete il tramonto. Io non sono riuscita a vederlo da lì, ma ne ho scorto i colori dal balcone della cattedrale; al calare del sole il cielo diventa azzurro e l’umidità del mare si condensa in toni giallastri. I muri neri e ammuffiti delle cattedrali davanti a voi si faranno nere, rendendo visibili solo i loro contorni, rendendovi il bianco e nero della loro esistenza. Come se i colori del giorno non gli servissero più.

Lisbona nasce su sette colli, meno famosa (e bella) dell’altra dei sette colli. Tuttavia, in quanto a saliscendi non è minimamente paragonabile all’altra. Se state cercando un posto in cui smaltire i Pastel de Nata che mangerete, siete nel posto giusto (i tram sono solo per le foto instagrammabili..). Ha un’aria coinvolgente e calda (in tutti i sensi), variopinta. Ho amato le facciate dei suoi teatri, i palazzi del Chiado. Le vetrine storiche, i ragazzi che giocano a scacchi sui tavolini fuori dai bar. Ho amato lo scheletro senza tempo del Convento do Carmo: mi sono seduta al sole di una delle sue navate e ho semplicemente guardato il cielo, chiedendomi cosa se ne pensi lassù di una chiesa senza confini. A me è piaciuta così tanto. Si affaccia sull’Oceano e il clima di attesa si dissipa fra le vie, come se la città stesse ancora aspettando qualcuno dal mare, come se dai vari miradouro ci si affacciasse per scrutare l’orizzonte in cerca di una prua. A Lisbona è quasi tutto chiuso il lunedì. Segnatevelo, o vi ritroverete a fotografare porte sbarrate. A parte Starbucks naturalmente, dove ogni mattina compravo il mio cappuccino Large. Se percorrerete la strada verso Belem, troverete sulla sinistra un cinema con una scritta, ” Amor è un fogo que arde sem se ver”. L’ho vista in Uber e una volta scesa sono tornata indietro a piedi per fotografarla. Agli amori silenziosi, quelli che hanno un crepitar incessabile, quelli che non si spiegano, non si promettono, ma che fanno luce, che scaldano. Cercate un palazzo, all’altezza del Chiado, con un’installazione sulla facciata, due mani che si scambiano una rosa. Dedicato alla gentilezza. E poi scendete di nuovo verso il mare, sulla lunga via che conduce a Praca do Comèrcio; forse incontrerete qualcuno che vorrà farvi una foto e voi sarete sudate e sconvolte dal caldo, ma siete a Lisbona e tutto vale un sorriso.

Spostatevi a Quinta da Regaleira, a Sintra, meno famosa del colorato Palacio de Pena (che io ho visto avvolto dal bianco dell’umida nebbia, afflita da un vento gelido). E’ un palazzo delle meraviglie, con un giardino immenso e pieno di stranezze: il pozzo iniziatico, il portale dei guardiani. Avrete l’impressione di essere entrato in un posto magico e verde, intensamente profumato, intensamente malinconico.

Non dimenticate il Bacalhau. Ogni volta che ne sentivo il “profumo” ripensavo a mia nonna, che teneva le finestre aperte la Vigilia di Natale, perchè non ne sopportava il puzzo. Là invece, le vie erano piene di Baccalà in tutte le forme. Fritto, impanato, in zuppa, take away, nei muffin.. no i muffin non li ho visti, ma li cercherò, la prossima volta.

Stupitevi sempre!

E

Lisbona

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