Fra le colline marchigiane ho passato quasi tutte le estati fino all’adolescenza. Erano due mesi lunghissimi e io sono figlia unica. Eccezion fatta per i miei innumerevoli amici immaginari, non avevo di che da socializzare. Alla sera io e papà mangiavamo l’anguria nel buio per vedere le stelle e, fra i fruscii degli ulivi che ci circondavano, c’era una storia che mi ha raccontato più volte – e ogni volta, ancora oggi, la riascolto come se fosse la prima. Il mio bisnonno emigrò in Argentina. Questa lunga pagina di vita familiare inizia da una famiglia molto numerosa e in difficoltà. Suppergiù deve essere il 1899 e il mio bisnonno (per semplicità, lo chiamerò come fa papà, “nonno”) aveva 14 anni ed era il terzogenito. Una famiglia di contadini che vive in un borgo del seicento nel centro Italia. Durante il pranzo di una calda giornata d’estate, nonno e altri suoi due fratelli più piccoli, Angelo ed Enrico, si alzano dalla tavola scarna per liberare il loro posto, per partire per un lungo viaggio, che durerà sei anni di incertezze e silenzi.
Qualcuno gli aveva detto che da Genova ci si imbarcava per partire per l’Argentina e che là c’era lavoro per i braccianti che morivano di fame. Per arrivare a Genova ci sono 504 kilometri e un Appennino da attraversare e m’immagino che ci siano voluti molti giorni, molte notte all’addiaccio, molta fame e, anche, molta paura. E nel confusionario porto di Genova di inizio novecento, tre ragazzi del meridione senza soldi hanno cercato una nave a cui servissero dei mozzi: il lavoro per la traversata. Attraversare l’Oceano dal fondo di una nave, senza quasi vedere il blu, senza quasi vedere il Sole;
Mi sono chiesta molte volte cosa deve aver pensato quando ha messo piede a Buenos Aires, ma poi mi sono detta che, forse, ci sono momenti in cui la necessità non lascia spazio al pensiero. Quando la necessità azzera ogni sentimento, l’atarassia del tuo divenire si sedimenta nella tua motivazione di esistere, nella tua determinata resistenza. Nonno aveva solo un futuro da plasmare nel lavoro, per guadagnare quel tanto che bastava per tornare in Italia con più di quello con cui era partito, cioè niente.
Papà non ricorda molto degli anni in Argentina di nonno: me l’immagino come anni passati piegato nei campi, sotto il Sole di quell’emisfero, portando da quella parte del mondo l’arte di coltivare il grano, di prendersi cura del vitigno come di un figlio. Dopo sei anni, saluta i suoi fratelli e salpa per il vecchio continente. Non penso nonno abbia più rivisto Angelo, che dall’Argentina non se n’è più andato e forse laggiù c’è qualcun altro che ha sentito questa storia; Enrico deve essere tornato in Italia qualche anno dopo di nonno ed, entrambe, non sono mai più partiti per mare.
Forse, quando stava fra le sue api tanto amate, o a curare il suo uliveto, a volte all’Argentina pensava ancora, alla vita che era passata, ai suoi fratelli. Ma poi il suo sguardo si alzava verso i campi di ulivi, a quelli che aveva piantato uno dopo l’altro, i figli della fatica, i figli di un lungo viaggio.
L’eredità più grande di nonno sono gli ulivi, perché fra il loro frusciare si nascondono tutti i pensieri, tutti i ricordi. E’ quello che resta, sono i figli dell’Argentina.
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