Essere nati a fine dell’estate comporta un genetico attaccamento al raffreddarsi dei cieli. Questo mi porta ad avere una certa soddisfazione alle prime intemperie autunnali, perchè l’autunno è per me la stagione della rinascita.
Finalmente i miei neuroni trovano un clima favorevole alla loro trasmissione elettrica e il mio animo si libera progressivamente dal quel malumore malconcio che mi affligge nella stagione estiva. D’altro canto, non ci sono giorni belli come quelli in cui il Libeccio ti scompiglia i capelli, dalla roccia su cui te ne stai accovacciata guardando il mare, con le mani sporche di bianco, sporche di gesso e salsedine. Guardi le agavi intorno a te e ti chiedi come è avercelo davanti sempre, il mare. Quell’infinità che è turchina e bizzarramente violacea allo stesso tempo. Come racconto spesso, mi piace guardare il mare da terra, perchè essere parte del suo ondeggiare mi lascia in balia delle cose e a me non piace stare in balia delle cose – specialmente quando mutano un orizzonte da linea a intercetta composizione di frammenti, su cui faticosamente crei un racconto che te le riporti alla linearità.
Siamo una generazione che raramente osserva. Si limita a guardare le cose e passare sopra alla loro poesia con la banalità che ci ha portato a essere mediamente un po’ vuoti e spenti – butti l’occhio e passi oltre, ma le cose non rimangono mai veramente con te, in te. Non ci facciamo trasformare dal mondo, non diamo spazio alla metamorfosi, resistiamo come particelle di sabbia nel vortice di una tempesta – che invece di arricchirsi di strati tendono a diventare sempre più fini, a consumarsi in un movimento frenetico. Quando invece ti metti fra le agavi davanti al mare e senti che lì c’è tutta la poesia di cui questo mondo avrebbe bisogno, in un orizzonte che sembra sempre lo stesso, ma che non lo è mai, ti compare assieme un senso di redenzione e inadeguatezza. Perchè ti sei fermata a osservare e ciò è del tutto innaturale in un’esistenza che ti spinge al movimento, alla distrazione. Il vero atto rivoluzionario è non adeguarsi al ritmo, è il lasciarsi trasformare dallo stesso orizzonte ogni volta che lo si guarda (o divenire in grado di trasformare l’orizzonte ogni volta che lo si guarda). Il vivere attraverso le emozioni che gli attimi ci suscitano e il vivere l’assenza di attimi.
Così ho compiuto gli anni pensando all’agave e a quanto (e se) quell’orizzonte mi avesse trasformata, se fossi riuscita a sottrarmi un po’ all’insensibilità della quotidianità, all’anestesia della ritualità, all’adattamento. Mi sono detta che sto facendo un buon lavoro – ma bisogna esercitarsi molto. A me piace trasformare gli orizzonti in poesia, soffermarmi sulle cose. Con il tempo sto iniziando a non farmene più una colpa. E di questo ne sono molto felice. Abbiamo tutti una nostra metamorfosi dopotutto, no? Solo che pensiamo di non doverci fare caso..
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