Ci vediamo alle 5, Londra?

Sarà forse che quando ero bambina ho passato tanto tempo con zia. Mia zia è una vivacissima insegnante di inglese, profondamente appassionata di letteratura e con un innato spirito artistico. Sarà quindi forse che quando ero piccina me ne stavo accovacciata sui sedili della sua Fiat Uno mentre sfrecciavamo per le strade di campagna delle nostre amate Marche, ascoltando i CD dei Beatles. Sarà quindi forse che sono cresciuta con “Yellow Submarine” come colonna sonora dei miei anni migliori. Sarà che con lei bevevamo il the alle cinque di pomeriggio; sarà che a casa sua c’è sempre una vasta scelta di the, di qualsiasi specie, che si è portata a casa dai viaggi o che trova in qualche erboristeria della zona. Sarà che le piaceva conversare con i nuovi vicini di casa, rigorosamente sempre inglesi che, prossimi al pensionamento, investivano nell’acquisto di terreni e catapecchie, trovandoli di inestimabile valore – uno dei posti più belli che abbiano mai visto – per poi farli risorgere alla loro autentica bellezza, in una sopraffine forma di cottage rivisitato.

Saranno tante cose che mi hanno portato a nutrire un amore profondo per la cultura anglosassone, al punto da poter dire che Londra è una delle città in cui ho sempre sognato di vivere. Finora non è mai accaduto, per una serie di circostanze; per prima cosa, era economicamente impossibile per la mia famiglia potermi permettere di studiare là all’università. In secondo luogo, quando mi sentivo sufficientemente pronta per potermi cimentare nel sopravvivere lì e spendervi qualche mese per ultimare la mia tesi di laurea, è scoppiata una pandemia che mi ha fatto saltare dai miei 23 anni direttamente ai miei 25, e in tutto quell’arco di tempo l’unica vera Londra che ho potuto vedere è stata una cartolina stropicciata che avevo appeso alla parete della mia disordinatissima camera.

Nulla di ciò mi toglie di dosso però quel senso di appartenenza che provo ogni volta che vado. Uscire dall’albergo di fretta, con quell’aria frizzante delle sette della mattina sul volto, dirigersi verso il lavoro ma, prima di giungervi, passare accanto a Westminster Abbey, mentre il sole timidamente fa capolino da una delle sue torri, bhe, questo non ha prezzo. La tazza di caffè americano che timidamente cerco di non rovesciarmi sul mio cappotto bianco, inonda l’aria che mi circonda mentre cammino del suo odore caldo. Giungo al centro congressi affannata (io cammino sempre veloce, anche quando non c’è fretta e non c’è mai fretta, perchè io non sono mai in ritardo – posso dire con orgoglio di avere la puntualità come componente genetica dominante). Mentre lavoro, con lo sguardo furtivamente cerco Londra fuori dai vetri del padiglione, si vede il Big Ben e più indietro anche il London Eye. Il cielo è limpido e il Sole riflette i colori caldi delle costruzioni, facendole apparire dorate. In pausa pranzo si mangia fish and chips, e ti chiedi se esista qualcosa di più buono della cranberry sauce di accompagnamento (NB: è l’unica eccezione al mio protocollo di ferro secondo cui non si mischia il salato con il dolce, specialmente non si mischia la frutta con sapori salati. Ma la cranberry sauce fa di certo eccezione). C’è una cosa bellissima per chi lavora a Londra: i musei sono gratis e sono aperti di sera. Così chi alle sei esce da lavoro, può passare qualche ora defaticante camminando per le ariose gallerie della Tate. Il silenzio è religioso. Nessuno si spintona per fare le foto alle opere da mettere sui social. Nessuno si fa i selfie con i dipinti. Nessuno guarda il quadro che ha davanti prima dallo schermo del cellulare. Alla Tate ho incontrato, inaspettatamente, un quadro di Hockney – un pittore che ho conosciuto da poco, di cui amo follemente l’uso dei colori, la geometria. Trovo indescrivibile il modo in cui riesce a cristallizzare l’immagine in movimento, il modo in cui riesce a rendere statico il dinamismo senza perderne l’energia dirompente. Gli invidio la capacità di bloccare i momenti.

Fa buio molto presto a Londra e noi italiani mangiamo all’ora in cui la città si assopisce. Passare nei parchi alle 8 di sera pare di essere nel cuore della notte e le luci nelle case progressivamente si affievoliscono. E’ l’ora in cui per poter mangiare qualcosa devi convincere l’oste che sarai molto veloce, che sai già cosa ordinare. Che alle dieci sarai fuori dal locale con la tua ricevuta fra le mani. Questo è un po’ strano per i nostri modi rilassati di vivere, ma io sono un’amante delle stagioni fredde, in cui i tempi solari si restringono, sono un’amante delle serate corte, ho un certo grado di adattabilità a questi ritmi.

I weekend nella città sono un brulicare di mercati dell’antiquariato e second hand. La gente si raduna nelle sale da the e nelle birrerie, con un’euforia allegra e una classe stilistica conservatrice e avanguardista al contempo. Londra è anche una città che vive la musica notturna, con i suoi club dislocati attorno all’anello metropolitano centrale. Non amo i luoghi affollati e accalcati, ma una musica dalle buone vibrazioni è in grado di coinvolgerti ed estraniarti dal luogo in cui sei.

Io, infine, sento i Beatles in ogni via. Siccome gli album li so a memoria, a ogni incrocio mettevo su un pezzo diverso (nella mia testa, ovviamente). Così c’è stato l’incrocio “Penny Lane”, e poi quello “I Want To Hold Your Hand”, ma anche “All you need is Love” sbucando su Buckingham Road, “Let it be” al tramonto guardando Tower Bridge o “Here Comes The Sun” indossando gli occhiali da sole prima di scendere in strada.

Attraversare le strisce pedonali su Abbey Road, guardarsi alle spalle cercando John, Paul, Ringo and George..

I look at the world

And I notice, it’s turning

While my guitar gently weeps

Lascia un commento