Rimango sempre stupita da come la memoria olfattiva ti riporti a certi momenti del passato. L’odore del panbrioche farcito di mia zia, a Pasqua, mi riconduce sempre a quando ero una bambinetta vispa, con un certo appetito, che aspettava tutto l’anno Pasqua e Natale, sopratutto per il panbrioche di zia.
Sono cambiate un po’ di cose quest’anno e zio al tavolo manca. Per fortuna poi ci sono i rimedi, come i ricordi; ed è strano descrivervi come per me certe cose restino immutevoli allo scorrere del tempo, semplicemente sospese ed eterne.
Fuori dalla casetta di zia (che a me ricorda un cottage inglese e non so se questa associazione derivi dal fatto che lei è un insegnante di inglese e che entrambe amiamo questa lingua, oppure dalle fattezze stesse della casa, contornata da un’oasi verde e profumata di fiori), c’è un panorama splendido: all’orizzonte, i prati accolgono la primavera con un verde brillante, frutto di una stagione copiosa di piogge, e ancora più giù si stagliano i Sibillini, insolitamente innevati ad Aprile. Si crea così un contrasto di colori vivaci che prepotentemente s’impossessano della tua attenzione, mentre finisco la fetta di pane e salame e degusto una Lacrima di Morro d’Alba (che è anche, indiscutibilmente, uno dei rossi migliori d’Italia).
Mangiamo le lasagne di verdure, i ravioli, l’agnello, il pollo arrosto, l’erbe di campo. I miei nipoti si distraggono con l’apertura delle uova di Pasqua, noi passiamo al caffè. Poi per il riposo pomeridiano, di oramai un tardo pomeriggio, tendente al tramontare, ci stendiamo sull’erba al sole e fa quasi caldo. Fa quasi già estate.
Il cielo sopra di me è terso e attraverso la lente scura dei miei Rayban osservo il mutare lento delle leggerissime nubi di foschia. So di essere anche io così, in una eterna mutazione, anche quando rimanere come sei ti sembra una bellissima idea, il cambiamento ti è imposto, come la più incondizionata delle possibilità. Per citare Calvino, di cui sono profondamente letterariamente innamorata, “in mezzo alle trasformazioni del mondo, anch’io trasformandomi”. Se si guarda questa oggettività dalla prospettiva di una nuvola, quella che ho sopra di me, è un corrente d’aria a dettarne la sua consistenza e un gioco di pressioni la sua forma: porta con sè la sua essenza eterea, più flebile in certi orizzonti, più purpurea in altri, così come si deve, dettando la propria presenza contestuale.
Questi pensieri mi hanno distratta un po’ e il Sole mi ha scottata. Il mio viso inizia a riempirsi di lentiggini e le pagliuzze verdi e oro dei miei occhi intensificano la loro presenza. Mi rialzo da questa pausa contemplativa per finire gli avanzi del pranzo, da una tavola che non è mai stata sparecchiata, perchè nessuno da noi sparecchia la tavola di Pasqua, se ne sta lì tutto il giorno. E ogni tanto qualcuno passa e si prende un pezzo di cioccolato. E ci si racconta un po’ della vita, un po’ del caro benzina, delle ingiustizie del mondo; un po’ ci si allontana con la mente, si sovrappongono i ricordi, ma anch’essi mai uguali, perchè mutano un po’ quando muti tu.
xx
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